m004_review

da blow-up (giugno 2001)
gli en roco sono in cinque e cantano in italiano le proprie sognanti ballate popedeliche. un mirabile violino classicheggiante (stai sbagliando, satura di me) caratterizza fortemente il loro approccio alla materia, cosi come lo spiccato lirismo evidenziato in brani quali neve! e please do it again, punti fermi di questo piacevolissimo minicd. ogni canzone rimarca una maturità ben radicata e la capacità sensazionale nel confezionare efficaci acquerelli elettro-acustici. le influenze vanno ricercate nel pop scozzese, e soprattutto nella migliore canzone d’autore italiana (a testa in giù). potrebbero davvero compiere il grande salto. (7/8). riccardo bandiera

da rockerilla (novembre 2001)
su coordinate simili si muovono gli enroco che nei sei brani del loro ep tributano un omaggio al rock d’autore italiano a cavallo tra anni ’70 e ’80, tra splendidi quadretti post-psichedelici (“stai sbagliando”), sognanti cavalcate classicheggianti (“satura di me”) ed armoniosi giri di danza (“neve!”, e il bellissimo quasi-country di “a testa in giù”) che giungono come una vera e propria manna dal cielo nell’asfittico panorama della canzone italiana odierna.(7.5) maurizio marino

da rocksound (maggio 2001)
questo mese si guadagnano la palma di demo del mese gli en roco. il primo riferimento che mi viene in mente è il “new-acoustic movement” inglese. la band genovese, infatti, stacca la spina e con l’ausilio di basso, batteria, due chitarre acustiche e un violino disegna dolci melodie, affascinanti per la loro semplicità ed immediatezza. più che i kings of convenience vengono in mente un ibrido tra smiths e cure rifatto in chiave acustica dai laghisecchi. non c’è una infinita e impenetrabile tristezza, ma una lucida e struggente malinconia da “post-emo generazione”. certo gli en roco devono ancora crescere e differenziare maggiormente il suono, ma già così colpiscono e promettono bene. panna

da musicboom
sono in cinque, basso, batteria, due chitarre, voce, violino. intimi, acustici, e bravissimi. una scrittura semplice e ricercata allo stesso tempo (mi vengono in mente valentina dorme e baustelle, ma anche perturbazione e quintorigo), influenze popolari e mood british. qualche belle&sebastianata qua e là (“please do it again”) ma suonata con grazia e stile personali e quadrati. un violino che va a nozze con l’acustica. e al pranzo qualche cucchiaiata di malinconia e sentimento. un vocalist eccellente. ottimi testi (su tutti “ci si fermava il cuore”). sei canzoni splendide. gemme pop a cui non serve aggiungere niente. saporite nel loro gusto originale. eccellenti. alessandro mattiuzzo

da bunker news (3 novembre 2001)
che a genova si facesse bella musica e per giunta di questo tipo, non lo avrei mai detto: sto parlando di musica acustica al 100%, di kings of convenience, di belle & sebastian, di roba di cui la maggior parte della gente ignora l’esistenza. io lo classificherei come pop colto o rock acustico. dire che questo sia il miglior demo che abbia, mai ascoltato non è azzardato, perché gli en roco hanno qualcosa in più rispetto a tanti gruppi agli inizi: consapevolezza, naturalezza e convinzione… e soprattutto un gran talento nel comporre canzoni che scivolano via attraverso lo stereo una dopo l’altra, apparentemente senza lasciare traccia ma che al secondo ascolto ti rendi conto che ti sono già entrate in testa. pop songs di classe insomma, soavi pop songs… unica pecca qualche sbavatura dovuta all’inesperienza e qualche sbandata verso cantautori nostrani tipo branduardi, sicuramente evitabili in futuro. da sottolineare la straordinaria traccia di apertura che non sfigurerebbe in heavy rotation sui principali network nazionali. andrea

da aktivirus
oggetto fuori dal comune in casa marsiglia, gli en roco suonano come un incidente fra i testi surreal-introspettivi di max gazzè e i raffinati arrangiamenti dei belle & sebastian testimoniato da un’abbondante dose di malinconica sobrietà. le sei canzoni (nell’accezione più alta del termine) dell’omonimo debutto (credo) sono campioni di perfezione musicale e, probabilmente, il loro limite sta proprio in questo. una cura maniacale per il dettaglio, sia musicale che lessicale, li rende un po’ troppo studiato e freddo il lavoro. non che manchino le belle canzoni, ma è proprio questo che da a tutto un’aria troppo patinata e distante. ma forse erano proprio queste le intenzioni dei nostri… lorenzo brutti



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