m014_review

da rockit
ho esitato molto prima di assegnare il ‘primascelta’ a quest’opera, forse perché restio a premiare quello che a tutti gli effetti è un progetto collaterale e per di più solista. la scelta del nome in my room non lascia inoltre dubbi sul modo in cui questa musica è stata concepita, suonata e registrata, testimoniando una crescente diffusione di esperienze frammentarie che invece di convogliare la creatività in unico rigoglioso flusso la disperdono in mille piccoli rivoli. ormai si è arrivati al punto che anche musicisti che suonano da soli nella propria cameretta abbiano il loro personale side-project. devo tuttavia constatare che, al contrario di quanto vorrebbe la logica e a dispetto del senso di irritazione che provo di fronte a simili chiusure in se stessi, i dischi migliori che ho ascoltato negli ultimi mesi sono arrivati proprio da esperienze del genere. ho quindi deciso in questa sede di limitare la mia analisi all’ambito puramente musicale, in sé notevole, sorvolando su ogni altra considerazione. in my room è il progetto personale di marco monica, giovane musicista di parma già presente sulla scena dell’avant rock italiano con il gruppo campofame. autori di pregevoli composizioni strumentali al limite dell’ambient più catatonico, i campofame hanno sempre insistito su una musica dominata dai silenzi in modo talmente radicale da non permettere loro di uscire dall’anonimato. in questo cd il nostro si lascia andare a melodie di più facile ascolto, nonché a ritmi più vivaci; tuttavia è fuorviante utilizzare il termine ‘pop’ (nel senso di popolare) in quanto la maggior parte delle composizioni si eleva dal gusto medio grazie a una creatività e una raffinatezza del tutto singolari. con il suo incrocio di impostazione camerale classica, attitudine strumentale contemporanea e per l’invidiabile gusto compositivo, “leaves” è un ottimo esempio del concetto di post-rock, intendendo con questo termine niente più che il suo significato letterale. il brano si apre con un lungo respiro di sapore minimalista per approdare a un arpeggio di chitarra ridotto all’osso sul quale risuona fragile una delicata melodia barrettiana che lascia il posto nel finale a un accenno di danza retro futurista. “float and run”, e soprattutto l’eccellente “portrait song”, mostrano invece un’aderenza ai canoni del pop elettronico più sognante attualmente proposto da band come notwist o mùm. la recente tradizione progressiva americana fa capolino lungo tutto il cd, ma soprattutto in “only evening” i cui squilli di xilofono e i tocchi tetri di chitarra rimandano ai labradford più oscuri. un’elettronica spettrale domina invece il brano in chiusura che trasforma una ninnananna in un canto robotica da “odissea nello spazio”. con una serie di brani che risplendono nel panorama italiano come gioielli nella sabbia questo cd propone all’attenzione generale un autore che, se saprà confermarsi a questi livelli, farà sicuramente parlare di sé. massimiliano osini (25-06-2003)



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