m015_review

da blow up 84
con un titolo così combinato avrebbero potuto essere l’ennesima supernova del ghetto, e invece sono tre virgulti del profondo trevisoshire, che alle cadenze hip prediligono il cesello acustico, il soffio folkpop, il fuoco di un camino che crepita. difficile trovare nella giovane opera dei mr60 affreschi di lunga durata: piuttosto schegge volatili, loop trascinati con studiata pigrizia, battiti di mani, frasi smozzicate, bassissima fedeltà, giocattoli, impalpabile portata di mano, l’assenza della tweeness come ci viene impartita altrove. da un momento all’altro potrebbero smettere di suonare e sedersi, riprendere per un mezzo minuto di folgorante ispirazione, per poi iniziare da capo con un altro pezzo incrociando una tastierina a mano, il frullo di un passero, un ragazzo che fischiettae batte il tempo col piede, uno sterrato calpestato da ben pochi passi. ecco, questa è musica per pochipassi, da percorrere piano, e fermandosi pure, chè il vento ha appena parlato e portato con sè una nota distante, che vola alta e scende bassa con occhi sofferenti e tremoli, come chi è stanco del mondo là fuori, the outer space. più america che europa, comunque. take care of the alligators, when you go to florida, man: più lungo il titolo che non il pezzo… nostalgia rurale a pieni polmoni, e l’aria che resta inespressa reclama pari trasporto. che per produrli si sia mossa una label danese come bloated sasquatch beer theatre audio (e, per un altro progetto, una syndacation olandese e boema) deve suonare di colpa alle dirimpettaie nazionali. non si “toppa” così un gruppo del genere. enrico veronese

da rockit
ho recentemente visto, proposto dalla trasmissione “assolo”, un pungente monologo di neri marcorè incentrato sull’esagerato uso della parola “particolare”. il bravo comico interpreta la sua avversione per uno dei termini più (ab)usati della favella contemporanea, portando degli esilaranti esempi rubati alla vita quotidiana: “come ti sembra paolo? beh è un tipo… un po’ particolare”. o “ti piace come si veste giulia? sì, ammiro il suo gusto eccentrico, particolarmente… particolare”. detto ciò, passo a presentarvi il disco dei mr60: un lavoro che d’acchito mi è parso… ehm, particolare. l’incriminato epiteto è stata la prima e subitanea etichetta che ho appiccicato su una copertina molto naif (con parti scritte a manina santa, in un corsivo incerto e ciondolante), sul fatto di essere distribuito da una cd-r label danese (la b.s.b.t.a.) e sul titolo fuorviante del demo stesso (“mista sista from outta space”) e delle singole tracks (si spazia da una romantica “cloud” a una folle “take care of alligators when you go to florida, man!” passando da “los bastardos”). poi, ascoltando le canzoni sono stato investito dalla “bassa fedeltà” del “signor sessanta” ed ho scoperto che è “anima lo-fi” l’etichetta giusta per lo spirito istintivo e provocatorio di questo gruppo veneto, spirito espresso con brani registrati con un quattro tracce, un dischetto hand-made e un atteggiamento sincero e precario. una vera filosofia di vita, mirabilmente espressa in una recente intervista rilasciata dalla band: “lo-fi? e’ un po’ come aprire le porte della propria cameretta ad una persona: è una cosa sentita anche se non sempre la camera è in ordine. il letto è ancora da fare, le scarpe sono buttate in un angolo…”. e, nelle dieci canzoni di “m.s.f.o.s.” quel disordine è proprio papabile e fluisce da strumenti scordati, improvvisati gorgheggi femminili, fruscii… il tutto a dare spessore ad un ammaliante pop e a splendidi pezzi come “little song”, “naranjito” e “w.w.f.”. un disco decisamente affascinante per un band che si dice influenzata da mojave 3, okkervil river e belle & sebastian e che spera di trovare anche in italia un’etichetta attratta dalla sua musica, bissando l’interesse della b.s.b.t.a. e dell’olandese living room records (licenziataria di “postcards”: compilation che ha recentemente ospitato mrsixties). federico linossi
da indiepop
uno si trova davanti a un tale titolo e medita di cassare il disco che ha davanti, attribuendolo alle nuove leve hiphop o simili paraggi. e invece.
avessero scritto “strumenti scordati” sarebbe stato tutto più chiaro. scordati nel senso ambivalente di ‘non messi a punto’, sghembi, intermittenti; e di ‘dimenticati’, nel tempo o da qualcuno. e ci sta anche la specificazione: chi avrebbe potuto abbandonare i ferri del mestiere, diciamo in un pagliaio, se non qualcuno che ha deciso di non suonare più?
chi può avere lasciato per esempio un glockenspiel? ‘mettiamo un annuncio?’ si saranno detti i giovani che casualmente l’hanno scoperto. ‘no, proviamo a suonarlo noi’, fu la risposta. così narra la leggenda, che anziché inviare un corriere a glasgow dai belle and sebastian, o a calexico town, oppure a parma dai pecksniff, marco lorenzoni e i suoi si sono messi a darci dentro.
e lo hanno fatto con tale costrutto che, un ep dopo l’altro, tutti ravvicinati nel tempo, sono approdati a pubblicare per questa bizzarra syndication di labels, la genovese marsiglia (che ha nel roster i senpai e i prague, pure impegnati a tenere alta la bandiera del pop fatto in casa) e la danese bsbta, acronimo che nasconde la locuzione bloated sasquatch beer theatre audio, la quale ultima intende promuoverli e distribuirli nel fertile circùito del nord europa, dove suonerebbero di certo non convenzionali nè derivativi.
non solo: il trio della marca trevigiana si è aperto anche altre porte, per esempio le altre etichette indie ugly dog e livingroom, che -ancora curiosamente- assieme hanno dato alle stampe la raccolta ‘postcards’, dalla bellissima cover, includente una ventina di situazioni per lo più olandesi, nella quale i nostri figurano come unici italiani.
difficile valutare d’acchito l’attinenza fra il moniker che si sono scelti, e il concetto di sixties. forse i sessanta davanti a un caminetto in nebraska, che non sarebbero poi così diversi dalle altre decadi; oppure l’approssimarsi a certo folkpop inglese. certo è che loro stessi per primi esulano da qualsiasi facile accostamento: si autodefiniscono ‘il fantasma di un motociclista beat che rivive in una piccola tastiera giocattolo, rotta, trovata in cantina da mio nonno’. sarà, ma io ci vedo anche dell’altro in queste piccole storie: difficile trovare nell’opera completa dei mr60 affreschi di lunga durata, piuttosto schegge volatili, loop trascinati con studiata pigrizia, battiti di mani, carillons, frasi smozzicate, bassissima fedeltà, impalpabile portata-di-mano, l’essenza della tweeness come ci viene impartita dall’altrove.
da un momento all’altro potrebbero smettere di suonare e sedersi, e riprendere per un mezzo minuto di folgorante ispirazione, per poi iniziare da capo con un altro pezzo. lontani dall’essere improv- o avant-, sono semplicemente alt-tutto, provvisori. e quando una vocina di giovane donna si libra in gorgheggi [come nella relativamente stagionata ‘his way through uk (it seems ok)’, episodio cui ho lasciato il cuore un inverno fa], essa incrocia casualmente una tastierina a mano, il frullo di un passero, un coetaneo che fischietta e batte il tempo col piede, uno sterrato calpestato da ben pochi passi.
ecco, questa è musica per pochi passi. pochi passi da percorrere, e piano, e fermandosi pure, ché il vento ha appena parlato, e portato con sé una nota distante, che vola alta e scende bassa ad aggiungersi strada facendo con occhi sofferenti e tremoli, come chi è stanco del mondo là fuori, the outer space. più america che europa, comunque.
per tornare a bomba all’album in trattazione, non sfugge come perfino il lettore realplayer fatica a trovare una definizione omogenea per i singoli brani: per la minuscola ‘take care of the alligator when you go to florida, man!’ (più lungo il titolo che non il pezzo.), ad esempio, il software sciorina un eloquente spazio bianco riempibile in maniera centrata solo da termini extramusicali, quali ‘malinconia e tramonto e nostalgia di vecchio’; mentre ‘you don’t care but i’m trying’, paradigmatica se si vuole di tutti i contesti artistici che operano in d.i.y. (‘a te non fregherà, ma io ci sto provando’.), gode nell’essere dubbata di un ‘blues’ che a conti fatti ci sta, sempre se lo si intende nell’accezione più rurale e scarna possibile. e pure questo disco e questa band stanno qua in bella vista, prima che sia troppo tardi per parlarne come di una gemma nascosta e passata: non può essere che l’europa sotterranea si accorga di loro, e qua ci si alambicchi nel trovare nuovi modelli cui far ispirare la prossima big thing del condominio di qualche discografico. enrico

da post-it rock #6
mrsixties and the illusion of love questa volta vi voglio parlare di una band che se fosse da un paese meno sfigato di castelfranco veneto, provincia di treviso, famosa più per gentilini che per le ville palladiane sarebbe in cima alle charts alternative. non sto scherzando. provate ad immaginare belle&sebastian con il cappello da cowboy, che usando strumenti presi dal rigattiere si cimentano a reinterpretare pezzi di calexico, black heart procession, scott 4 ed elliot smith. ecco: vi siete fatti un’idea di cos’è mrsixties, la novità più fresca che l’afosa e operosa pianura padana ci abbia riservato, qualcosa che sta a metà tra il fienile dietro casa e un osteria aperta fino a tardi. canzoni ora malinconiche ora ubriache distribuite su 3 ep autoprodotti che non attendono altro che scivolare nel vostro stereo. non aggiungo altro. procuratevi i loro dischi.



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