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Hermitage

Oh, No, It Wasn't The Airplanes It Was Beauty Killed The Beast
10/2009

01. ulrike
02. princess leila
03. the postman's secret hate

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Recensioni

“Io mi ritengo una persona attenta al dettaglio, nonostante le apparenze da stronzo trasandato coi bottoni della camicia non allineati. Mi piace frugare nei cassetti che stanno più in basso e che si aprono poco perchè lontano dal passaggio quotidiano, mi piace immaginare che fine fanno le comparse dei film quando si beccano uno schiaffo e scompaiono dalla scena, mi piace immaginare che adolescenza malsana e che percorso delusionale (si dice? facciamo di sì) porti i cattivi a fare i cattivi e i buoni ad essere sempre in prima fila. Credo sia dietrologia superflua, ma in ambito musicale scendere nei dettagli invisibili, specie della provincia e dell’underground che scalpita, porta spesso a scoprire cose ottime: ecco, gli Hermitage sono un’ottima scoperta, sono i classici ultimi della classe di cui i professori non si ricordano limitandosi a predire loro un futuro da benzinai o da inservienti a McDonald’s, ma che alla fine la spuntano alla grande tornando da vincenti con un disco che piace e pure parecchio (ed aprendo pure la data italiana dei Mono a Bologna): il sottobosco genovese brulica, il post-rock in Italia è qualcosa che si è provato a capire fino ad un certo punto, riempiendosi di cose belle ma senza un’anima, invece Oh, no, it wasn’t the airplanes it was beauty killed the beast riempie il vuoto di calore che spesso affligge produzioni solamente strumentali, ridefinisce gli spazi vuoti saltando a piè pari la noia e arrichisce il tutto con giri e strati di chitarre davvero piacevoli (Ulrike, The Postman’s Secret Hate). C’è addirittura spazio per omaggiare la pricipessa Leila con un traccia che porta il suo nome: non posso parlare male di un disco che raccoglie citazioni di Star Wars, deontologia professionale.” Alex Grotto – Vitaminic

“Potremmo chiamarla Marsiglia revolution, facendo un parallelismo con la Gooom revolution che in Francia ha portato all’ affermazione di alcuni dei gruppi più sorprendenti della galassia indie elettronica mondiale (M83 su tutti). A sostegno di questa proposta il fatto che la Marsiglia records ha contribuito in maniera sostanziale a rendere Genova, la città in cui opera, una delle realtà musicali più interessanti e innovative nostrane. Proprio come la Gooom, tutt’altro che intimidita dal suo status di piccola etichetta indipendente, è riuscita a cogliere e comprendere lo straordinario momento di effervescenza artistica che caratterizza la città ligure e le sue zone limitrofe, e a sostenere, dare una canale tramite cui esprimersi alle band emergenti da quel contesto.
La Marsiglia records è stata insomma capace di scoprire e di farci scoprire, tanto per citare qualche nome, le delizie ambient techno dei Port Royal, le inquietudini drake-iane dei Lo-FI Sucks, il minimalismo elettronico dei Japanese Gum, il post rock (già) maturo degli Hermitage. Di questi ultimi è difficile dimenticare il loro secondo Ep, quell’ As In Open Space che aveva stupito non poco quando uscì: in quelle tre tracce si poteva già ammirare un gruppo in grado di esprimere in maniera personale un genere, il post rock, che per sua natura non offre soluzioni particolarmente variegate. Su quei solchi si respiravano atmosfere e interessi variegati, frastagliati. La malinconia strutturale di Mogwai e Slint ma anche il lirismo ambientale dei Sigur Ros e ovviamente le sinfonie plastiche dei concittadini Port Royal.
Da quel As In Open Space poco sembra essere cambiato. Un altro Ep, con altre tre canzoni. Altra copertina lucida, sospesa, minimale. Ma Oh, No It Wasn’t The Airplanes, It Was Beauty Killed The Beast affronta il post rock con un altro piglio, forse più professionale, forse però anche meno innovativo. Mancano qui le trovate che avevano maggiormente stupito in As in open space, come la registrazione in loop di un intervista a Pasolini, struttura portante dell’ inquietudine di 1859, le dolci tendenze sinfoniche che incapsulano Glass, le nenie dreamy con tanto di accompagnamento violinistico di Next Five Km, e resta in generale latente quella varietà e libertà che aveva garantito al gruppo genovese giudizi positivi un po’ da tutte le parti.
Nonostante ciò i tre movimenti di Oh No, da vedersi come un tutt’uno, trasformano in realtà gli Hermitage da eccentrici principianti a seri e rigorosi rappresentanti del post rock strumentale e atmosferico. Perché l’instancabile andare e venire di battiti e flussi, di percussioni fredde e secche e di astrazioni shoegaze a perdersi in altre dimensioni, ricorda i migliori Mogwai, la loro costante tensione verso il sublime raggiunge livelli che in Italia, in ambito post rock, pochissimi gruppi sono in grado di eguagliare. Vi è soprattutto in Princess Leyla quella strabordante delicatezza, quella volontà di uscire da schemi prefissati che travolge e (com-)muove l’anima. Qui è tutto movimento e dinamicità laddove Ulrike è stasi, o meglio, lento fluire, incresparsi e spegnersi regolare di onde non troppo fragorose. Il gran finale di The postman’s Secret Hate ci inebria di quella malinconia che resta sottesa a tutto l’album e che non ci fa rimpiangere As in open space.
Nella maggiore ortodossia e compattezza di Oh no vi è il riflesso di un gruppo che pare essere oramai pronto a destreggiarsi fra le due componenti che animano il progetto Hermitage, il bisogno di appartenenza a un genere e di rispettarne le regole, e quella di volerne allo stesso tempo uscire, di battere nuove strade. La prima, auspicabile a auspicata, prova su LP potrebbe essere anche la prova del nove per un gruppo che resta fra le più interessanti promesse che il nostro Paese possa offrire. 7/10” Alessandro Zabban – Storiadellamusica.it

“Gli Hermitage vengono da Genova e sono una band che in cinque anni ha già accumulato un EP, un album e, alla fine del 2009, un altro meritevole EP.
Post-rock strumentale. Forse l’Italia non è molto abituata a musica di questo tipo, peccato, ma gli Hermitage sono un buon prodotto nostrano e questo Ep è la dimostrazione del fatto che non serve un vasto pubblico per godere delle cose ben fatte.
Ed infatti questo tre-tracce appare un disco genuino e sincero, tre canzoni che sembrano essere uno solo brano, un solo viaggio, un lungo viaggio sonoro e mentale. Ogni canzone è un lungo climax, questi tre pezzi durano quasi venticinque minuti.
Le chitarre sono docili, regalano tranquillità e pace interiore, anche se ogni tanto ci sono momenti di profondità emotiva, come ad esempio in Princess Leila dove ci si accorge in qualche punto della canzone di controtempi, di anomalie di sistema, che spezzano la quiete, rendendo anche le musiche più interessanti da seguire, con una conclusione in lenta accelerazione distorta ma rilassata, per fare un accostamento, si potrebbbe ritenere questa canzone la cugina della parte finale di Nuotando nell’aria dei Marlene Kuntz. Il brano di chiusura, The postman’s secret hate, può essere paragonato ad una salita, una discesa, una risalita, pathos altalenanti si alternano imponendo diversità di ritmi e di emozioni.
Rimango in silenzio e in mente risento quegli stessi suoni che ho sentito poco prima che l’ultima canzone sublimasse, ed è una sensazione davvero piacevole. Vuol dire che gli Hermitage hanno fatto centro.” Alessandro Rabitti – Hatetv.it

“Ho aperto il mio cassetto del post-rock ed ho scoperto esserci non solo malinconia. Dicono questo gli Hermitage, con un Ep corposo e ben fatto. Tre tracce, tre lunghe tracce – una supera ampiamente i dieci minuti – e tante incursioni diverse. Qualche cambio ritmico un po’ forzato che non convince troppo ma pochi nei in un prodotto che compositivamente si dimostra maturo.
Dimentichiamo per un attimo il lancinante ermetismo del post-rock e il ripetitivo assetto programmatico del genere: ne vengono fuori aperture in tonalità maggiori che non ci aspetteremo, fluttuazioni pop riflessive ed un pizzico di new wave. I tre brani dell’Ep Oh, no, it wasn’t the airplanes it was beauty killed the beast ondeggiano tra scuola post-rock di stampo un po’ british ma si lasciano affascianare dalla scuola americana. Princess leila ha un’interessante base ritmica ma le chitarre appaiono ridondanti, ricordando il pezzo precedente. Bello l’inserto di chitarra acustica e l’uso del synt che non importuna lo stampo melodico. Un pezzo che è “molti pezzi”, e si trasforma in una colonna sonora che- come nel classico canone – si chiude in un crescendo di suoni saturi. In The postman’s secret hate il post-rock, che spesso sfocia nella citazione, in questo caso stupisce per l’eclettismo delle scelte, un basso che vuole essere funk in alcuni punti, e che se fosse più corposo riuscirebbe a trascinare di più e farci dimenticare le chitarre che – ormai al terzo brano – risultano un po’ troppo ripetitive. Il brano è però il più maturo e con un discorso di post-produzione la resa potrebbe essere migliore; la pecca è infatti la poca attenzione a quel sound di chitarra imbrigliato dietro riverberi da new wave che a lungo andare stancano facendoci perdere l’interesse e la pregnanza di un secondo ascolto.
Il post-rock-centrismo non ha evocato richiami particolari a nessun gruppo della scuola– cosa alquanto rara per un genere così codificato– e questo è il miglior plauso che si possa fare agli Hermitage. 3.5/5”  Doriana Legge – Ondalternativa

“Ritroviamo i vincitori del Goa Boa School Select, sempre da Genova, qui in una veste più sicura e meno lasciata sola a brancolare nel buio del post-rock.
Tre canzoni, la più corta è di sei minuti abbondanti, per un totale di quasi venticinque minuti dove i riferimenti ai gruppi “del genere” si pestano i piedi nello stanzino della memoria; divagazioni oniriche, cambi di tempo e crescendo sonori che conosciamo tutti bene. Però sono migliorati dall’ultima volta, devo ammetterlo, hanno più consapevolezza delle loro capacità, come dicevo prima.
Un’Ep corposo, per quanto possa esserlo, che fa sperare nel continuo. Dateci dentro, ma evitate titoli così lunghi, se possibile.” Hank – Velvetgoldmine

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